previdenza-qualche-proposta-di-rilancio
Fonte immagine: Ground Picture - Shutterstock

Previdenza, qualche proposta di rilancio

Il mercato della pensione di scorta resta ristretto: pochi iscritti, un patrimonio discreto ma forse insufficiente per fronteggiare le sfide del prossimo futuro. Servono interventi per favorire l’adesione dei lavoratori a forme di previdenza complementare

Alla fine del 2023, secondo gli ultimi dati della Covip, le posizioni aperte presso forme pensionistiche complementari erano 10,7 milioni. Al netto di coloro che aderiscono contemporaneamente a più forme, i fondi pensione raccolgono 9,6 milioni di iscritti, vale a dire il 4% in più rispetto al 2022. Numeri in crescita costante che però non devono far abbassare la guardia sul tema, in verità piuttosto trascurato dai nostri decisori politici.
A quasi vent’anni dalla sua introduzione, la diffusione della previdenza complementare in Italia rimane complessivamente contenuta, tanto che solo un lavoratore su tre ha finora aderito a questo mercato. Con l’ulteriore paradosso che, se si tracciasse una sorta di identikit dell’aderente tipo (uomo, 47 anni, dipendente, residente nelle regioni del Nord Italia ed eccessivamente prudente in termini di scelte di investimento), emergerebbe che a iscriversi di meno sono proprio i profili che più ne avrebbero bisogno. Come, ad esempio, i giovani e le donne. Di riflesso, non sorprende che l’Italia sia al 12esimo posto nella classifica dei paesi Ocse e non Ocse per patrimonio dei fondi pensione in rapporto al Pil: un posizionamento discreto, che fa già della previdenza complementare un mercato di spessore, ma senza dubbio migliorabile anche attraverso una serie di interventi mirati, da una parte, a promuovere fin dalle scuole l’alfabetizzazione finanziaria del nostro paese e, dall’altra parte, a incentivare le iscrizioni di una platea più consapevole delle dinamiche di funzionamento del sistema pensionistico italiano.

Poche risorse per gli investimenti

Malgrado i luoghi comuni che la vorrebbero poco generosa in materia di protezione sociale, l’Italia destina al welfare oltre il 50% della propria spesa pubblica. Al netto della previdenza, comunque sostenuta da contributi di scopo e tutto sommato sotto controllo (a patto di compiere scelte coerenti con la demografia), per finanziare sanità e oneri assistenziali nel 2022, ultimo anno di rilevazione disponibile, sono servite pressoché tutte le imposte dirette e anche circa 40 miliardi di imposte indirette, lasciando poco spazio alle risorse per investimenti e produttività. Va da sé dunque che, malgrado le pressioni in arrivo sia dalla spinta inflattiva e dall’aumento del costo della vita sia dal progressivo invecchiamento della popolazione e relative conseguenze sociali, sarà molto difficile incrementare in futuro questa percentuale. Ancor di più alla luce di un debito pubblico ormai prossimo alla soglia dei 3000 miliardi.


Serve innanzitutto rivedere la tassazione vigente, poi ampliare le possibilità di contribuzione


Possibili ambiti di intervento

Davanti a questi numeri, diventa allora fondamentale, anche per lo sviluppo del paese stesso, un’adeguata valorizzazione di coperture complementari. Come? Nel caso della previdenza integrativa, innanzitutto rivedendo la tassazione dei rendimenti, da riportare all’11% come previsto fino al 2015 e da spostare al momento della prestazione finale, e successivamente ampliando le modalità di contribuzione (perché non agevolare i versamenti di nonni e zii per uno strumento facilmente assimilabile a un libretto di risparmio?).
Il ripristino di agevolazioni a favore delle piccole e medie imprese fino a 49 dipendenti, indubbiamente penalizzate dall’eliminazione del fondo di garanzia attuata dal governo Prodi/Damiano, e un nuovo semestre di silenzio-assenso con forme di promozione e informazione sociale a cura dei canali istituzionali sono tra le principali strade che la nostra classe dirigente dovrebbe percorrere per ridare nuovo e necessario impulso alla previdenza complementare.