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Le insidie della ludopatia

Il primo rapporto pubblicato dall’Oised sull’impatto sociosanitario ed economico delle dipendenze in Italia pone quella da gioco d’azzardo al terzo posto considerando il numero dei soggetti affetti, dopo quella da stupefacenti e alcol. Genesi, meccanismi, evoluzione e cure di un fenomeno sempre più diffuso

Le patologie correlate alle dipendenze da droghe, alcol e gioco d’azzardo rappresentano una piaga che ha costi considerevoli per gli individui che ne soffrono e per la società intera. L’Oised (Osservatorio sull’impatto socio-economico delle dipendenze) è nato nel 2022 dalla partnership tra il Centro per la ricerca economica applicata in sanità ed il Centro studi e ricerche consumi e dipendenze, con lo scopo di approfondire le problematiche relative al fenomeno delle dipendenze sul piano socio-sanitario ed economico-finanziario. Dalle elaborazioni condotte dall’Osservatorio, nel 2021 sarebbero stati 250mila i soggetti affetti da dipendenza presi in carico nei vari centri per la cura delle relative affezioni, in tutto il territorio nazionale. La maggioranza è costituita dai tossicodipendenti, con una quota del 65,9%, il 24,6% è rappresentato dagli alcolisti e il 6% dagli utenti con dipendenza da gioco d’azzardo patologico, o ludopatici. Vi sono poi quote minoritarie, come quella dei tabagisti (pari al 3% dei soggetti osservati) e altre dipendenze, come quelle da internet, social, sex addiction ecc., che ammontano all’1,3% del totale.
In termini economici, il solo fenomeno di dipendenza da stupefacenti e da alcol genera un costo annuo per il Paese di 8,3 miliardi di euro. Considerando anche il valore delle sostanze stupefacenti consumate, stimato in circa 15,5 miliardi, l’impatto economico complessivo per queste due dipendenze sarebbe pari a 22,5 miliardi: l’1% del Pil.
Si è calcolato che il costo medio annuo di ciascun tossicodipendente sotto trattamento ammonterebbe a 5.236 euro, quello di un alcolista a 5.050 euro, mentre per altre forme di dipendenza, tra cui il gioco d’azzardo, la spesa ammonterebbe a 3.194 euro.
I soggetti affetti da ludopatia in cura presso i centri dedicati ammonterebbero a circa 15mila e, dal momento che i giocatori in Italia sarebbero in tutto 18,5 milioni, coloro che sono effettivamente sotto trattamento sarebbero appena lo 0,08% del totale.
Nel 2018, prima che l’Oised fosse istituito, un’indagine svolta dall’Istituto superiore di sanità denunciava che gli italiani affetti da ludopatia fossero circa un milione e mezzo e ciò faceva di questa patologia una delle più diffuse nel nostro paese.
Dai dati contenuti nel Libro blu dell’agenzia delle dogane e dei monopoli, pubblicato nell’ottobre del 2022, è emerso che la quantità di denaro investita nel gioco d’azzardo nel 2021 è cresciuta del 21% rispetto all’anno precedente, raggiungendo la cifra di 111 miliardi di euro. Per combattere questa dipendenza, l’Istituto superiore di sanità ha finora allestito 163 strutture e attivato il numero verde 800 558822, dedicato specificamente all’ascolto di coloro che vogliono intraprendere un percorso di cura per allontanarsi da tale patologia.


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I sintomi di un disturbo patologico

La ludopatia è un disturbo di dipendenza dal gioco d’azzardo. Nei testi pubblicati in ambito medico-psichiatrico e psicologico compare come sinonimo di gioco d’azzardo patologico. Quest’ultima definizione, anche nella forma abbreviata dell’acronimo GAP, è stata inserita nelle classificazioni scientifiche come il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), curato dall’American psychiatric association, a partire dal 2013.
Nel manuale, il gioco d’azzardo patologico è definito come un comportamento problematico persistente e ricorrente, a causa della frequenza con cui il soggetto si dedica a questa pratica.
Tuttavia, perché si parli di ludopatia, non è sufficiente essere avvezzi al gioco d’azzardo, ma è necessario che emergano sintomi specifici.
In pratica, perché possa essere diagnosticato, questo disturbo deve manifestarsi insieme ad altre condizioni, quali:
- irrequietezza causata dal tentativo di ridurre il gioco e disagio percepito durante tale attività, con manifestazioni di ansia, depressione o colpevolezza;
- necessità di aumentare la quantità di denaro da investire, al solo fine di provare una maggiore eccitazione conseguente;
- primi problemi in ottica lavorativa, relazionale o nello studio, con il coinvolgimento e la compromissione della sfera emotiva dell’individuo;
- tentativi infruttuosi di placare la sete di gioco e desiderio di tornare a giocare dopo aver perso del denaro, anche in maniera significativa;
- comunicazione di menzogne per celare la reale entità del proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo e richieste di denaro alle persone care o conoscenti, per risollevarsi da una situazione finanziaria compromessa, proprio a causa del gioco stesso;
- pensieri persistenti sul gioco d’azzardo, frequenti nel corso della giornata.
Se quattro o più condizioni tra quelle descritte dovessero emergere nel soggetto interessato, sarà possibile diagnosticare la ludopatia.
Questa patologia è dunque annoverata tra i disturbi correlati alle sostanze e alle dipendenze. Coloro che ne sono affetti hanno un costante bisogno di giocare d’azzardo e spesso investono ingenti cifre di denaro, arrivando a indebitarsi e a non essere più in grado di adempiere ai loro obblighi sociali, fino a rischiare il licenziamento e la perdita dei contatti con i propri familiari.
Mossi dal desiderio sempre più intenso di giocare, i ludopatici possono spingersi fino a infrangere la legge per reperire il denaro di cui hanno sempre più bisogno, il che può rendere la loro patologia assai grave sul piano del mantenimento dell’ordine sociale.


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Le possibili cause scatenanti

Così come avviene per la dipendenza da sostanze, questa patologia può instaurarsi in maniera subdola. In un primo momento, ad esempio, il soggetto impegnato nel gioco può non avere una reale percezione del rischio che sta correndo e tende a scommettere piccole quantità di denaro, senza preoccuparsi più di tanto di perderlo. Col passare del tempo, però, la frequenza relativa agli investimenti nel gioco si fa più costante, instaurando lentamente nell’individuo la dipendenza e portandolo a manifestare le condizioni elencate in precedenza.
È anche possibile che sussistano fattori concorrenziali, come situazioni generali di stress legate al lavoro o al contesto familiare o il consumo di sostanze che aumentino l’esigenza di sfogarsi nel gioco d’azzardo.
Gli studi evidenziano anche la presenza di disturbi dell’umore, quali ansia o depressione e la presenza di particolari tratti caratteriali che incidono sul comportamento del soggetto, come la noia e la volontà di ricercare sensazioni forti, o anche problemi di personalità, come ad esempio i cosiddetti disturbi borderline.
La letteratura descrive alcuni fattori di rischio, dal momento che esistono individui più portati rispetto ad altri a sviluppare questa dipendenza, anche se in questo caso non si tratta soltanto della ludopatia, ma di una predisposizione del soggetto a sviluppare qualunque tipo di dipendenza, sia essa comportamentale o legata a determinate sostanze.
Insomma, la vulnerabilità di questi individui può essere determinata da una serie di fattori, che possono essere di natura biologica (come la predisposizione genetica che interessa alterazioni nel funzionamento dei sistemi di gratificazione) o di natura psicologica e dunque identificabili in particolarità del carattere, quali l’impulsività o la difficoltà a gestire le proprie emozioni.
Sono infine possibili fattori di natura socio-ambientale, specialmente in un contesto sociale che tollera o addirittura promuove il gioco d’azzardo, rendendolo facilmente accessibile.
Un giocatore affetto da ludopatia non è in grado di vedere il gioco solo come un divertimento o un passatempo e ha grossi problemi a rinunciare a questo comportamento, anche nel caso in cui dovesse subire ingenti perdite economiche.
Per molti, l’azzardo può costituire un modo per fuggire dalla realtà, fino a diventare una compulsione ed è possibile che alcune situazioni fungano da terreno fertile per lo sviluppo iniziale della dipendenza. Fattori scatenanti possono essere l’improvvisa disponibilità di denaro o di tempo libero non strutturato e la ricerca di nuovi stimoli.


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Diffusione del GAP e neurobiologia della ludopatia

Secondo gli studiosi, la prevalenza del gioco d’azzardo patologico, ovvero la sua diffusione nella popolazione, può variare dallo 0,4% al 3,4% nei soggetti adulti. I tassi più elevati, dal 2,8% all’8%, si raggiungono negli adolescenti e negli studenti universitari.
L’inizio tipico della ludopatia si riscontra nei maschi, nel corso della prima adolescenza, e più tardivamente nelle femmine. Per la maggior parte il decorso è insidioso: solitamente, dopo anni di gioco d’azzardo non patologico, si verifica un esordio brusco, che può essere causato da una maggiore esposizione al gioco o da un fattore psicologicamente stressante. Come si è accennato, l’impulso per il gioco d’azzardo aumenta durante periodi di stress o depressione.
Per determinare una situazione di abuso, un oggetto o un comportamento devono possedere proprietà dopaminergiche, cioè agire sulla parte del cervello che si occupa del sistema della gratificazione.
La probabilità di ripetere un comportamento che ha determinato piacere o gratifica è molto elevata: si tratta di un meccanismo naturale, come avviene quando si evita di ripetere una condotta che ha prodotto conseguenze negative. In pratica, abbiamo a che fare con un comportamento funzionale alla preservazione della specie, fondamentale per la nostra sopravvivenza: il nostro sistema produce dopamina e determina quindi una sensazione personale di piacere, anche quando anticipiamo con la mente un comportamento gratificante. È ciò che accade anche per il gioco patologico: sapere di essere sul punto di giocare mobilita il rilascio di una quantità di dopamina paragonabile a quella che il cervello rilascia quando stiamo effettivamente giocando.


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Le terapie: interventi psicologici e farmacologici

Per sconfiggere e curare la ludopatia, il primo passo è riconoscere il problema e accettare di affrontarlo, attraverso un percorso terapeutico specializzato.
Un tipo di terapia è quella cognitivo comportamentale (TCC), che aiuta il paziente a monitorare l’impulso di gioco e, a lungo termine, a evitare ricadute. La TCC mira a scardinare i comportamenti e i meccanismi che si celano dietro l’impulso del gioco, attraverso un’analisi funzionale che permette di rintracciare i fattori scatenanti che spingono al gioco (come disponibilità di denaro, noia, depressione o stati d’ansia) e un’analisi delle distorsioni cognitive, grazie alla quale si analizzano i pensieri e le scuse dietro alle quali il giocatore d’azzardo si nasconde, pur di non ammettere la sua dipendenza.
Si procede poi con l’automonitoraggio del craving, per combattere la sensazione di gratificazione nello scommettere, lavorando sulle capacità sociali e relazionali, sul controllo delle emozioni e sul rapporto con gli altri individui.
Oltre all’essenziale intervento psicologico, può essere valutato anche un intervento farmacologico e una nuova frontiera nella lotta alle dipendenze si è aperta con la stimolazione magnetica transcranica (TMS).
È questo un sistema innovativo di trattamento, che utilizza i campi magnetici generati a ridosso di particolari aree del cervello, cancellando tutte le forme di dipendenza, da quella per certe sostanze (nicotina, caffeina, alcol, cocaina, ecc.) a quella che riguarda gli oggetti, come smartphone o tablet, oppure i farmaci (in questo momento è particolarmente grave la cosiddetta pandemia della dipendenza da antidolorifici), fino ai comportamenti come il gioco d’azzardo.
Nel cervello di tutti i mammiferi esistono speciali meccanismi protettivi, che generalmente operano in situazioni di penuria. L’animale che si abbevera non si limiterà soltanto a bere, ma tenderà a fare scorta d’acqua, per avere minore necessità di abbeverarsi nel momento in cui potrebbe essere più vulnerabile. Nel caso dell’uomo, però, il meccanismo che dovrebbe salvaguardarci in condizioni di penuria si è evoluto, perché ora viviamo in un mondo in cui non manca nulla, un ambiente sovraccarico che ci spinge verso cose superflue. Questo mondo può diventare una trappola, se il cervello non riesce a sottrarsi da questa iper-stimolazione al consumo e tale sbilanciamento causa la perdita di controllo di questo meccanismo, trasformando l’uso di protezione in abuso.
Alla base c’è il circuito della gratificazione di cui abbiamo parlato a proposito del craving. Sappiamo che tali meccanismi riguardano i nuclei della base del cervello, legati alla gratificazione, l’area della corteccia occipitale, connessa al godimento, e parti dell’area premotoria e motoria deputate al controllo o all’inibizione. Sappiamo quali sono le aree in cui questi meccanismi sono localizzati e queste sono diventate il bersaglio della TMS.
Questa terapia consiste proprio nella stimolazione, attraverso onde magnetiche, delle aree del cervello deputate alla gratificazione, in modo che non siano più vulnerabili all’attrazione e alla seduzione di una sostanza nociva o di un comportamento tossico. Gli studiosi che utilizzano questo tipo di terapia affermano che la TMS restituisce al paziente la capacità di vedere che oltre a quella sostanza o a quel comportamento ci sono altre cose più importanti, come un ruolo in famiglia e una vita più sana.


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Il craving

Il craving è definito come desiderio impulsivo per una sostanza psicoattiva o per qualunque oggetto o comportamento gratificante. Nel caso della dipendenza da alcol, ad esempio, il craving rappresenta il desiderio di consumare la sostanza, il pensiero ossessivo ricorrente del bere, sino alla perdita del controllo dei propri impulsi nei confronti delle bevande alcoliche.
In genere, il craving sarebbe stimolato da fattori capaci di svolgere un ruolo di trigger o grilletto, che innescano un meccanismo di condizionamento: quando un soggetto dipendente incontra uno stimolo trigger, ad esempio, quando vede l’insegna di una agenzia di scommesse, per associazione d’idee attiva il desiderio della gratificazione e quindi la compulsione a giocare.
Solitamente, il comportamento ludopatico passa attraverso una prima fase di ricerca e sperimentazione volontaria dello stimolo, il cosiddetto gioco informale o ricreativo. Il soggetto sperimenta così l’effetto gratificante, che viene anche percepito come inibente di pensieri negativi o ansie esistenziali, producendo un aumento dell’autostima. Questi effetti portano al rinforzo e alla continuazione del comportamento, passando quindi dal gioco ricreativo a quello patologico.