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La centralità della ricerca scientifica

Trovare soluzioni agli effetti del cambiamento climatico e per la realizzazione di sistemi di produzione alimentare sostenibili e sicuri. Con questo obiettivo è nato un nuovo modello di partenariato universitario tra Europa e Africa nei settori della ricerca, dell’innovazione e dell’istruzione superiore.
Grazie alla collaborazione tra la Guild of European Research-Intensive Universities e l’African Research Universities Alliance sarà possibile mettere a fattor comune alta formazione e qualità scientifica coinvolgendo, per ogni progetto previsto e con una prospettiva almeno decennale, università europee e africane.
L’Università di Bologna coordinerà due nuovi Clusters of research excellence: Nature-based solutions for climate change adaptation and mitigation, in partnership con l’Università di Cape Town e con l’Università di Stellenbosch, e Sustainable food systems, insieme all’Università di Pretoria.
Il primo progetto si basa sulla collaborazione tra otto atenei africani e tre europei e punta alla costituzione di un hub di servizi climatici per l’Africa dedicato allo sviluppo di nuove modalità, ispirate alla natura, che possano favorire la riduzione degli effetti del cambiamento climatico e trovare soluzioni per adattarci ad esso.
Il secondo cluster prevede il coinvolgimento di otto università partner europee e otto africane che avranno il compito di realizzare sistemi di produzione alimentare sempre più sostenibili e proporre modelli innovativi per i sistemi alimentari europei e africani.
Nonostante questa buona notizia, troppo spesso tendiamo però a dimenticare quanto sia fondamentale il ruolo della ricerca scientifica (considerando che i finanziamenti pubblici alla ricerca sono significativamente inferiori alla media europea) nell’aiutarci a comprendere e affrontare i grandi temi del nostro tempo, dalle conseguenze di eventi estremi ai passi avanti in ambito medico fino alle evoluzioni tecnologiche che possono trasformare in meglio la nostra vita.
Per quanto riguarda il nostro Paese, l’approccio interdisciplinare e internazionale è sollecitato in particolare da Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che suggerisce quanto sia per noi importante ispirarsi all’Usgs, l’istituto geologico degli Stati Uniti che, in un’unica istituzione, mette a disposizione dati cartografici, geologici, di scienze naturali e biologici. Superare la frammentazione tra enti di ricerca consentirebbe di disporre di strumenti più efficaci per monitorare l’impatto del cambiamento climatico e fenomeni estremi come alluvioni, terremoti, eruzioni vulcaniche e frane.
Ma serve anche uscire dai confini nazionali per arrivare a costruire un servizio geologico europeo per la formulazione di risposte coordinate e uniformi tra i diversi Paesi, in Europa e a livello globale, a favore di più consapevoli capacità decisionali da parte della politica.
Certo, la notizia della collaborazione tra atenei europei e africani va fortunatamente ad aggiungersi a molte altre iniziative virtuose, che spesso coinvolgono anche i privati e non solo il mondo istituzionale o accademico. Ma questa novità rappresenta anche una recente dimostrazione di quanto la prima possibilità di azione che abbiamo sia la formazione di una classe di scienziati capace di cooperare mettendo a frutto competenze, esperienze, eccellenze condivise per aiutarci a difenderci, prevenire e tracciare il nostro futuro.