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Libano, collasso economico e crescita della tensione sociale

Il Paese dei cedri, già fallito e senza governo da 250 giorni, sta affrontando la sua più drammatica crisi degli ultimi trent’anni, paralizzato dal settarismo politico. La moneta locale in un anno si è deprezzata del 90%

L’immagine attuale del Libano è quello di uno Stato sull’orlo del collasso. Senza un governo da oltre 250 giorni, il Paese attraversa una gravissima crisi economica aggravata dalla svalutazione della valuta nazionale, la lira turca, e scandita da continui disordini interni. Il governo uscente di Beirut ha annunciato un anno e mezzo fa il default del paese e il sistema bancario libanese è fallito, imponendo di fatto un controllo dei capitali e un razionamento della liquidità ai piccoli e medi risparmiatori.

Il contesto politico settario paralizza il Paese

La situazione politica è bloccata dai veti incrociati fra i partiti. Saad Hariri ha ricevuto l’incarico di formare un nuovo esecutivo in sostituzione di quello guidato da Hassane Diab, il quale si era dimesso il 10 agosto, all’indomani della tremenda esplosione che aveva distrutto il porto di Beirut e provocando oltre 200 morti.
Ma al di là di questo terribile incidente, il Paese è in enormi difficoltà da quasi due anni, stretto nella morsa della sua peggiore crisi finanziaria dell’ultimo trentennio. Da settimane scarseggia il combustibile per i veicoli e per alimentare i generatori elettrici, nel contesto di una penuria di elettricità e di altri servizi essenziali. A causa della penuria di carburante molte pompe di benzina sono state costrette a chiudere temporaneamente.
Dal 2019 la lira libanese ha perso circa il 90% del suo valore rispetto al dollaro americano, e gran parte delle merci, tra cui medicine e carburanti, sono importate pagandole in valuta pesante. Le autorità libanesi affermano di non avere più riserve sufficienti in dollari per affrontare queste spese.
Il contesto politico in cui si vive in Libano è quello di un settarismo esasperato che paralizza ogni decisione strategica per il paese, in un groviglio di interessi di parte il cui principale obiettivo è di preservare i precari equilibri esistenti. Il mese scorso il leader degli Hezbollah libanesi filo-iraniani, Hassan Nasrallah, in un discorso televisivo ha accusato lo Stato libanese (di cui Hezbollah per altro fa parte integrante con ministri, rappresentanti istituzionali sia a livello centrale, sia locale) di “non essere capace di assumersi le sue responsabilità” e di partecipare alla “umiliazione” a cui sono sottoposti i libanesi, costretti a lunghe code ai benzinai o a non potersi curare senza medicine essenziali.

Le manifestazioni a Tripoli e nel resto del Paese

In questo contesto non stupisce quindi il preoccupante inasprimento di tensione sociale che va avanti da mesi. La crisi ha riportato in piazza migliaia di manifestanti in tutte le principali città del Paese. L’ultima in ordine di tempo è avvenuta il 30 giugno nella città di Tripoli (90 km a nord di Beirut), dove l’esercito è intervenuto in forze dopo che non meglio identificati uomini armati hanno ripetutamente aperto il fuoco con fucili automatici in diversi punti della città. Tripoli è l’epicentro delle proteste governative scoppiate nell’autunno del 2019: nella città si registrano i più alti tassi di disoccupazione, ma in tutto il Libano, secondo l’Onu, più della metà della popolazione. Il sindaco di Tripoli, Riad Yamaq, ha affermato, citato dai media locali, che “la situazione a Tripoli sta sfuggendo di mano”. Poco dopo l'intervento dell'esercito, lo stesso sindaco ha gettato acqua sul fuoco affermando che “per il momento la situazione in città è tornata calma”. La situazione ad ogni modo è davvero tesa. Nelle scorse settimane il ministro uscente degli interni, Muhammad Fahmi ha affermato: “temo il peggio perché la gente non può sopportare di vedere i propri figli affamati. Finché la situazione rimane così – ha aggiunto – il caos aumenterà.

L’appello di Papa Francesco

A essere molto preoccupato per l’inasprimento della situazione in Libano è anche Papa Francesco, che lo scorso primo luglio ha lanciato un accorato appello per creare condizioni perché il Paese dei cedri non sprofondi. Nella Giornata di preghiera e riflessione insieme ai capi delle chiese cristiane libanesi, Francesco si è rivolto ai politici, e più in generale a tutta la comunità internazionale. “A voi, dirigenti politici: perché, secondo le vostre responsabilità, troviate soluzioni urgenti e stabili alla crisi economica, sociale e politica attuale, ricordando che non c’è pace senza giustizia. A voi, cari libanesi della diaspora: perché mettiate a servizio della vostra patria le energie e le risorse migliori di cui disponete”. Quindi il monito ai membri della Comunità internazionale: “con uno sforzo congiunto, siano poste le condizioni affinché il Paese non sprofondi, ma avvii un cammino di ripresa. Sarà un bene per tutti”.
“In questi tempi di sventura – ha detto il Papa – vogliamo affermare con tutte le forze che il Libano è, e deve restare, un progetto di pace. La sua vocazione è quella di essere una terra di tolleranza e di pluralismo, un’oasi di fraternità dove religioni e confessioni differenti si incontrano, dove comunità diverse convivono anteponendo il bene comune ai vantaggi particolari. E perciò essenziale – desidero ribadirlo – che chi detiene il potere si ponga finalmente e decisamente al vero servizio della pace e non dei propri interessi. Basta ai tornaconti di pochi sulla pelle di molti! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente. Basta usare il Libano e il Medio Oriente per interessi e profitti estranei! Occorre dare ai Libanesi la possibilità di essere protagonisti di un futuro migliore, nella loro terra e senza indebite interferenze”. L’appello del Pontefice si è concluso chiedendo che “cessino le animosità, tramontino i dissidi, e il Libano torni a irradiare la luce della pace”.