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La realtà dei rischi immaginati

La capacità dell’uomo di comprendere il vero – e quindi le minacce concrete – è influenzata da filtri riconducibili a miti del passato che alterano la percezione e creano nuove oggettività

Ci si immagina spesso che il rischio “vero” sia questione eminentemente tecnica, che si tratti solo di computare danni o benefici e la loro probabilità: del resto, già questo può essere argomento abbastanza complesso. Andrebbe però riconosciuto il diffuso retro-pensiero che tutto il resto sia del tutto immaginario, con presa sulle masse ingenue, ma privo di significato per un addetto ai lavori. Così si immagina spesso, per esempio, a proposito delle stime di rischio delle nuove tecnologie (risk assessment); ma, appunto, si tratta qui di immaginazione, visto che anche il tecnico e lo scienziato ne hanno una propria. Chi ha a che fare davvero con la gestione reale dei rischi (risk management), come abbiamo visto altrove, si rende conto ben presto che quali siano danni e benefici da prendere in considerazione, e quali ne siano entità e probabilità, è questione assai più complessa: quali i rischi e i benefici, i diretti e gli indiretti, quali gli individuali e i collettivi, quali i riferimenti da scegliere per le comparazioni e i pesi delle probabilità da assegnare?

Il rapporto tra natura, strutture e conoscenza
Non solo scavando nell’immaginazione popolare, ma anche sotto l’immagine che della scienza e della tecnica hanno scienziati e tecnici, scopriamo immagini di cui è importante sapere di più: si tratta, essenzialmente, di visioni su come rapportarsi alla natura, come concepire l’innovazione e quale fiducia riporre nelle istituzioni, la certezza dei dati tecnico-scientifici e il margine di affidabilità delle conoscenze su cui basare le nostre scelte. Sono questi, in effetti, tre temi ineludibili e in certo senso fondativi dell’agire sociale: riguardano la natura in cui in qualche modo esistiamo, le istituzioni sociali in cui viviamo e la conoscenza con la quale ci rappresentiamo i problemi con cui abbiamo a che fare, ancor prima di cercarne soluzioni accettabili.
Cominciamo, dunque, a scavare un poco sulla nostra immaginazione. Cominciamo da quello che, tutto sommato, è più facile da studiare, ovvero dall’immaginazione popolare, o più precisamente da quell’immaginazione diffusa che spesso contrasta con la visione più strettamente tecnico-scientifica degli “addetti ai lavori”. Per ciascuno dei tre temi è possibile individuare un mito sottostante, sorto migliaia di anni fa, ma mai del tutto svanito e, anzi, risorto a nuova vita durante il ventesimo secolo e che trova massima applicazione nel concepire l’innovazione.

Il significato di Gaia, Zeus e Athena
Il primo è il mito di Gaia, la Dea della Terra, figura femminile legata alla fertilità naturale e articolata in tre figure: la giovane guerriera, la luminosa signora delle messi e la misteriosa sovrana dell’oltretomba. Gli antichi, in effetti, emersi lentamente dalla fusione ancestrale di un Pathos naturalistico, si rappresentarono il Bello come l’armonia bucolica con quella Grande Dea da ricercare per dare significato alla propria vita. Ebbene, anche oggi sentiamo questa stessa corda olistica vibrare in noi ogni qual volta entriamo in sintonia con un paesaggio naturale o troviamo il benessere del nostro corpo ovvero, più esplicitamente, quando ascoltiamo le più profonde correnti del pensiero ecologista, quali la deep ecology, la New Age, l’animalismo, il veganismo. L’innovazione ci si presenta, allora, intrinsecamente pericolosa (“dagli e dagli, Madre Natura prima o poi si vendica di quel che le facciamo… e non è detto che sia un male: o no?”).
Il secondo mito è quello di Kronos, dio del tempo e dell’ordine sociale, dispotico e caduco signore della felice, ma per sempre perduta Età dell’Oro. Sviluppato in un tempo successivo rispetto a Gaia, questo è un dio patriarcale arcaico che simboleggia l’ordine temporale, in contrasto con l’evidente scorrere dei giorni; dunque, è un dio sempre sotto minaccia. La concatenazione ordinata del decorso degli eventi, sia nelle cose naturali sia in quelle sociali, deve essere sempre sorvegliata: Kronos è, dunque, l’inquisitore signore delle Leggi e della tradizione, dell’equilibrio consolidato, del fatato Eden e della Cacciata dell’umanità per punizione dell’atto d’insubordinazione. Il Bene, allora, è stare al proprio posto, secondo il dettame di quelle Leggi, nel posto assegnato a ciascun membro della comunità umana, come al soldato dentro a una legione schierata. Ma da ogni albero pende una tentazione, ogni mela cela un’insidia e un inesorabile pendio scivoloso (slippery slope) si spalanca d’improvviso quale metafora retorica contro l’innovazione in sé (“tanto si sa come va a finire: si comincia con poco, magari con le migliori intenzioni, ma poi all’apprendista stregone qualcosa sfugge sempre di mano: o no?”).
Il terzo mito, infine, è quello di Athena, divinità nuovamente femminile, ma nata pur sempre dalla testa del padre Zeus, e dunque affrancata da legami matriarcali, simboleggiata in armi a personificare l’intelligenza e il sapere assoluto, il Vero in tutta la sua intransigenza di principio. Una conoscenza divina, prodotta da uno sguardo spiccato da nessun-luogo, il regno del puro sapere, del “Mondo delle Idee” più volte (ri)scoperto da Platone a Popper, passando per l’Illuminismo, emerge nel bisogno angoscioso di rassicurazioni che ciascuno noi prova a ogni scelta importante (“vorremmo sapere come stanno veramente le cose, e a prescindere da come ci si arrivi, l’oggettività è incontestabile: o no?”).
Chiamiamo l’insieme di questi tre miti il Canone Antico della nostra immaginazione, ma vedremo che questi non sono i soli miti contemporanei.

Un contesto atomizzato
A fianco di un Canone Antico, e in diretto contrasto con esso, nella nostra immaginazione possiamo individuare anche un Canone Moderno, composto da miti di certo più recenti, ma non di meno miti anch’essi.
La modernità, sappiamo, è nata con la scoperta di nuovi mondi, geografici e astronomici, etnici e sociali, simbolici e intellettuali. La Natura, com’era diffusamente concepita fino ad allora, salta in aria, va in frantumi e quel che ne resta sono i suoi tasselli elementari, gli atomi. Ve ne sono nella fisica, ma anche nella biologia (geni), nelle neuroscienze (neuroni) e nell’informazione (bit). La complessità ovunque si riduce a un agglomerato di particelle: ognuna indistinguibile da tutte quelle della medesima “famiglia” e dunque le si può contare, scambiare, sommare, sottrarre ecc. Di qui, le grandi conquiste moderne delle scienze naturali e dell’eguaglianza formale degli individui nei diritti universali (non è forse l’individuo l’atomo sociale?) e dell’astrattezza della norma giuridica, fino alla contabilità economica e alla colonizzazione delle cose umane. Ogni totalità non è nient’altro che la somma delle sue parti: e, dunque, a Gaia viene a contrapporsi il riduzionismo, con tutte le sue potenzialità e tutti i suoi limiti.

La solitudine dell’eccellenza
Al centro del Canone Moderno, comunque, vi è l’atomo sociale, quell’individuo che è l’eroe tipicamente moderno, l’attore tragico di quella riduzione universale di cui finisce per essere la vittima sacrificale. Ciò che del moderno conta è, dall’esterno, la traccia visibile di quell’atomo, ovvero la sua prestazione misurabile, e, dall’interno, l’immagine di sé riflessa dalle proprie prestazioni. La figura che viene posta di contro al mito di Kronos è, dunque, Narciso, colui che si innamora della propria immagine e finisce per perdersi nel tentativo di raggiungerla, affogando in essa. Rappresenta la sindrome patologica dell’inseguimento di un inarrivabile modello di sé, nella ricerca vana del quale l’individuo immola la sua vita. Altro che innamorato di sé, Narciso rappresenta il mito del Consumo in cui quel che si consuma è, in verità, il tempo della propria vita, egli consuma se stesso: il consumo si fa autoconsumo. La contrapposizione fra narcisismo e Kronos è, dunque, ben più stringente di una mera contrapposizione fra singolo individuo e ordine sociale. Narciso deve rincorrere l’eccellenza, il presente le è dedicato: egli deve, dunque, presenziare e mostrare di essere, per sentire di esistere. Vivere è stare al passo coi tempi, cioè dei tempi altrui: ma questo presente in un attimo è già perduto, e con esso il senso stesso dell’esistenza. Dunque, ogni attimo va carpito, misurato, dilatato, riempito affinché possa reggere il peso della realizzazione di una vita intera, come se non vi fosse futuro. Ogni dilazione (dei risultati, del piacere, del dato immediato) è un allontanamento dalla meta, un intellettualismo che fa perdere tempo prezioso, sempre più prezioso perché ci sono sempre più conferme da trovare. Il tempo di Narciso non è che una serie di istanti, in ognuno dei quali egli si gioca il senso della propria vita, e dunque svanisce tanto il passato (memoria) quanto il futuro (attesa): tutto il suo tempo è concentrato in un presente puntiforme, in cui immediatamente tutto svanisce, come in un buco nero.

La globalizzazione come fine dell’Umanesimo
Come il tempo, anche lo spazio si richiude sopra Narciso, come fosse il coperchio di un sarcofago: chiuso nel suo mondo, sempre più concentrato sul modello di sé recepito di fatto dagli altri, si esaurisce nella vanità della propria corsa. Niente dialoghi, ma meri soliloqui, come in un delirio allo specchio. È quello che accade sovente nelle bolle dei social network: si scambia ma non si è disposti a cambiare, dunque propriamente non si comunica. Ma nemmeno si vive: la vita è, infatti, letteralmente cambiamento. Narciso sopravvive a se stesso giorno dopo giorno in una prigione fatta di specchi, con il proprio corpo divenuto il suo primo oggetto, un estraneo da dominare, controllare, modificare, scrivere come una pagina bianca in cerca di autore. E infatti, è proprio l’autore a essersi perso nella folla di occhi nei quali Narciso insegue disperatamente la propria immagine riflessa, cerca conferme al proprio falso sé, nel conseguimento di obiettivi eterodiretti. Gli è intollerabile il fallimento, cerca ossessivamente rassicurazioni continue e controlli passo-passo delle proprie (prima che altrui) prestazioni, perseguitato da una duplice ansia: da prestazione e da controllo universale. Ogni individuo diviene per lui quel che pensa innanzi tutto di sé: nient’altro che una somma di esperienze curricolari e di competenze misurabili, perciò spostabile da un posto all’altro del pianeta, da un lavoro a un altro, perfettamente intercambiabile con chiunque altro ne abbia almeno altrettante. Questa intercambiabilità si scontra, però, con l’unicità dei rapporti che legano le persone reali ai propri contesti, non solo familiari, ma in tutti i cosiddetti “corpi intermedi”, dalle imprese alle istituzioni, dalle comunità alle nazioni e alle culture. Ecco che la globalizzazione di Narciso si mostra, allora, la fine dell’Umanesimo.

Imparare a riconoscere l’oggettività
Se il riduzionismo è il metodo analitico di Narciso, la sua epistemologia non può che essere il relativismo, la rivendicazione del soggettivismo che nega l’oggettività assoluta di Athena in nome dell’atto stesso del rappresentarsi la realtà, le scelte, le negoziazioni, gli atti. Il primato dell’azione sul pensiero, della decisione sulla mediazione, della tattica sulla strategia. Ciascun Narciso è la misura di tutte le cose. La sua soggettività deve essere assoluta, unica e tangibile, e guai a criticargliela: chi può farlo, e in nome di che cosa?
Nell’immaginazione contemporanea abbiamo, in conclusione, la compresenza di molti miti, spesso contraddittori, siano essi propri della modernità o sorti già in epoca antica. Per trattare il rischio bisogna rendersene conto: leggere non solo le dinamiche del calcolo e della preferenza delle persone, ma anche le immagini che le guidano. E ciò vale a cominciare da noi stessi. Ciò che percepiscono le persone ha sempre una sua oggettività, certamente non immediata, ma non possiamo ignorarla e tantomeno pensare di vivere in un mondo a parte. C’è più oggettività in ciò che ci rende soggetti cosiffatti, che nella rappresentazione che abbiamo elaborato dei fenomeni gravitazionali. Serve certamente un grande sforzo per cogliere i propri pregiudizi, ma ciò è indispensabile per liberare la nostra immaginazione dal pensiero unico dominante, dismettere il falso sé e riappropriarci della nostra vita.