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Quante tasse pagano le big tech?

Meno di quanto dovrebbero, almeno stando a due recenti rapporti: pratiche di ottimizzazione fiscale, uniti alla riforma varata negli Stati Uniti, avrebbero consentito ai colossi del web di minimizzare il loro contributo alle casse dei Paesi in cui lavorano. Intanto i governi europei tentano la strada del web tax (Trump permettendo)

Nel 2018, a livello globale, le principali società di software e servizi web hanno totalizzato un fatturato di 850 miliardi di euro, macinato utili per 110 miliardi di euro e risparmiato 10,5 miliardi di euro in tasse. A fronte di un gettito previsto di 28,1 miliardi di euro, il contributo alla fiscalità generale delle multinazionali del settore si è fermato ad appena 17,6 miliardi di euro. Il tax rate, fissato ufficialmente al 22,5%, si è in realtà attestato al 14,1%.
I numeri arrivano dalla ricerca I giganti del WebSoft, pubblicata pochi giorni fa dall’area studi di Mediobanca e focalizzata sulle 25 società del settore che possono vantare un fatturato superiore agli 8 miliardi di euro. Il quadro che ne emerge è quello di un mercato in rapida espansione, capace di totalizzare nel 2018 una media di circa 15 milioni di euro di utili al giorno per ogni singola società. E che ha dato fondo negli ultimi anni a pratiche di ottimizzazione fiscale per minimizzare il peso delle tasse sui propri bilanci aziendali. Il risultato, secondo i dati della ricerca, è che fra 2014 e 2018 le multinazionali del settore avrebbero conseguito un risparmio fiscale cumulato di oltre 49 miliardi di euro.

Ottimizzazione fiscale e leggi amiche
Gli strumenti per minimizzare il peso del fisco non mancano. Già la scelta della sede legale non appare del tutto casuale. Le sette società cinesi prese in considerazione, per esempio, hanno optato per le Isole Cayman (noto paradiso fiscale), mentre la stragrande maggioranza delle imprese statunitensi ha invece preferito insediare la propria sede legale nel Delaware (altro paradiso fiscale).
Lo strumento più utilizzato resta tuttavia lo spostamento degli utili ante imposte in giurisdizioni che presentano una fiscalità agevolata: il rapporto stima che nel 2018 circa la metà dei profitti del settore sia partito verso lidi più benevoli dal punto di vista della tassazione, garantendo un risparmio fiscale di 5 miliardi di euro. Altri risparmi sono arrivati da crediti d’imposta legati all’attività di ricerca e alla remunerazione attraverso strumenti finanziari, solo in parte compensati da altri tipi di uscite per 4,7 miliardi di euro.
A ciò si aggiungono poi gli effetti (imprevisti?) di certe leggi amiche. Come nel caso della Tax Cuts and Jobs Act, la riforma fiscale fortemente voluta da Donald Trump che è stata varata il 22 dicembre 2017: la ricerca stima che, proprio grazie a questa legge, le multinazionali a stelle e strisce hanno potuto risparmiare nel 2018 ben 1,3 miliardi di euro in tasse.

La risposta delle multinazionali
In Italia le controllate delle 25 multinazionali hanno dichiarato un fatturato complessivo di 2,4 miliardi di euro, su cui hanno pagato tasse per 64 milioni di euro. Altri 39 milioni di sanzioni sono poi arrivati a seguito di accordi con le autorità fiscali. Il tax rate dei giganti del web in Italia, calcolato sulla base delle sole società che non hanno registrato perdite, si attesta così al 33,1%.
La risposta dei colossi del settore non è tardata ad arrivare. In particolare, Amazon ha definito in una nota “fondamentalmente errato equiparare tutte le aziende digitali senza tenere in considerazione le differenze dei business in cui operiamo”. Il gigante di Jeff Bezos ha inoltre ricordato che “l’imposta sulle società si basa sui profitti, non sui ricavi, e i nostri profitti sono rimasti bassi sia perché il business consumer retail è un business con margini ridotti, sia per i continui, forti investimenti di Amazon in Italia che, dal 2010, ammontano a oltre 1,6 miliardi di euro”. Più nello specifico, secondo Amazon, “il rapporto non ha preso in considerazione l’impatto di tutte le entità italiane, ma solo 7 delle 11 società con cui Amazon opera in Italia che hanno ricadute in termini di gettito sia a livello locale sia a livello nazionale attraverso Iva, Irpef, Ires, Irap, Tasi, Tari. Inoltre – prosegue la nota – Amazon paga tutte le tasse dovute in Italia e in tutti i Paesi in cui operiamo, e le tasse pagate in Italia sono più alte rispetto a quelle dichiarate nel rapporto in quanto, da maggio 2015, abbiamo una succursale italiana di Amazon Eu Sarl che registra tutti i ricavi, le spese, i profitti e paga le imposte dovute in Italia per le vendite al dettaglio, non in Lussemburgo”. Secondo i risultati della ricerca, Amazon sarebbe stata sottoposta nel 2018 a un tax rate dell’11% a livello globale.

Previsioni di spesa e tasse
Pochi giorni dopo Amazon ha dovuto replicare la sua risposta a un altro rapporto, diverso nei numeri ma uguale nella sostanza: i colossi del web e dell’informatica pagano meno tasse di quanto dovrebbero. Il rapporto in questione si intitola The Silicon Six and their $100 billion global tax gap ed è stato redatto da Fair Tax Mark, organizzazione britannica che conferisce un attestato di merito alle imprese che possono vantare un’onesta condotta fiscale. Il titolo non lascia molto spazio all’immaginazione: secondo i risultati del rapporto, i cosiddetti Silicon Six (ossia Facebook, Apple, Netflix, Google, Microsoft e la già citata Amazon) avrebbero eluso il fisco per 100,2 miliardi di dollari dal 2010 al 2019. Nello specifico, la ricerca evidenzia come le sei big tech abbiano messo da parte negli anni 280,5 miliardi di dollari in previsione del pagamento delle tasse: nei fatti si sarebbero poi ritrovate a sborsare solamente 180,3 miliardi di dollari. Alla base della differenza ci sarebbero principalmente detrazioni e altri tipi di sconti, con buona parte degli utili che sarebbe finita in paradisi fiscali come Isole Bermuda, Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo.
Amazon, con appena 3,4 miliardi di euro di tasse sui profitti, sarebbe la società con la peggior condotta fiscale. Il colosso dell’e-commerce ha replicato affermando che “le ipotesi del rapporto non sono corrette: Amazon rappresenta appena l’1% del mercato globale delle vendite al dettaglio, in cui operiamo con concorrenti più grandi, ed è stata sottoposta a un’aliquota del 24% sui profitti dal 2010 al 2018”. Pertanto, ha chiosato, la società “non è dominante sul mercato ed è stata tassata”.

La strada della web tax
Difficile dire come proseguirà il dibattito. Soprattutto in Europa, dove alcuni governi hanno presentato una serie di proposte per introdurre una digital tax sui profitti dei colossi del web. In Italia la novità era già arrivata con la legge di Bilancio 2019, ma non aveva trovato una concreta realizzazione per la mancanza dei decreti attuativi: la norma è stata adesso modificata e prevede un’aliquota del 3% sulle imprese che possano vantare ricavi superiori a 750 milioni di euro, di cui almeno 5,5 milioni derivanti da servizi web. Numeri analoghi anche in Francia, dove la proposta di legge ha assunto giornalisticamente il nome di Gafa Tax per identificare le principali realtà che saranno colpite dall’iniziativa: Google, Apple, Facebook e  Amazon.
La strada sembra tuttavia in salita. Il presidente Trump ha minacciato dazi sul 100% delle esportazioni francesi, pari a 2,4 miliardi di dollari, se il governo varerà una tassa che si candida a colpire soprattutto società statunitensi. Moniti dello stesso tenore sono arrivati anche all’Italia. Resta poi il fatto che difficilmente l’iniziativa di un singolo governo potrà avere pesanti ripercussioni sulle attività dei giganti del web: una politica fiscale più restrittiva, come già visto, può infatti facilmente essere aggirata spostando gli utili in un’altra giurisdizione. All’interno dell’Ocse, proprio per evitare che queste iniziative si traducano in un nulla di fatto, sono stati avviati a ottobre dei colloqui per dar vita a un contesto uniforme di tassazione. Lo scoglio principale resta tuttavia il raggiungimento di un accordo politico fra le diverse parti in causa. Se ne ha avuto prova lo scorso marzo, quando la dura opposizione dell’Irlanda contribuì a far naufragare l’ipotesi di una web tax a livello europeo: proprio in Irlanda, dove la corporate tax si attesta solamente al 12,5%, hanno insediato il proprio quartier generale europeo Apple, Facebook e Alphabet, la holding di Google.