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Ecco perché i robot possono essere nostri amici

Classe 2001, appassionata da sempre di robotica e tecnologia. Co-Founder di una scuola di robotica per persone da 3 a 99 anni, oggi è una dei più giovani imprenditori nel campo della formazione digitale. Valeria Cagnina, esponente della generazione Z, è un patrimonio tutto italiano che può insegnare molto, grazie alla sua passione: i robot

I robot sono molto più vicini a noi di quello che pensiamo: non solo svolgono dei compiti, ma trasformano anche il modo in cui noi viviamo nel mondo. Si calcola che entro il 2020 ci saranno 42 milioni di robot a supporto delle attività umane. Cambieranno il nostro mondo: macchine senza autista, droni, robottini per le consegne dei pacchi.
Il timore più grande quando vengono impiegati nel mondo del lavoro, è che questi vadano a sostituire l’uomo in tutto e per tutto e che presto la forza lavoro sarà tutta robotizzata. Eppure tendiamo a dimenticare che in realtà i robot hanno sostituito l’uomo in attività particolarmente pericolose o alienanti, o in quelle attività di altissima precisione dove un movimento millimetrico può fare la differenza.
Quindi, dobbiamo avere paura o no, dei robot? Lo abbiamo chiesto a Valeria Cagnina, 18 anni, imprenditrice.

Verso innovazioni straordinarie
Valeria Cagnina, enfant prodige inserita nella lista delle 20 donne più influenti del mondo digitale, è positiva: “Non bisogna avere paura dei robot. Sono convinta che nel futuro, grazie ai robot e all’intelligenza artificiale, l’uomo sarà in grado di compiere innovazioni straordinarie che potranno migliorare la vita di tutti.” E lei di robot se ne intende.
Maker and robotics teacher, Cagnina ha lanciato da poco con e il ventiseienne Francesco Baldassarre (esperto di blockchain, IA e machine learning) una società di formazione dove i robot sono parte integrante delle attività formative. I due ragazzi hanno sviluppato un laboratorio interattivo di robotica e corsi per persone da 3 a 99 anni. Gli obiettivi possono essere diversi: coi bambini e nelle scuole, insegnano a sviluppare la capacità di confrontarsi con la tecnologia, al di là della complessità e al di là dei pregiudizi di genere; nelle aziende aiutano i professionisti e i manager a sviluppare tutte quelle competenze soft così importanti oggi per il successo delle imprese.

Dalla scuola all’imprenditoria
La storia di Valeria inizia al Coderdojo, istituto che si occupa della programmazione informatica riservata ai più piccoli: a 11 anni, dopo aver scoperto le potenzialità di Arduino, Valeria decide di acquistarne un kit e, in brevissimo tempo, realizza il suo primo robot in grado di muoversi evitando gli ostacoli. In terza media scrive la tesina intervistando l’astronauta Luca Parmitano che in quel periodo era nello spazio, dimostrando che la rete può essere utilizzata anche dai bambini in maniera intelligente.
A 15 anni decide di voler andare all’MIT di Boston a frequentare un corso e comincia a scrivere a tutti i dipartimenti del celebre centro universitario, finché non trova un docente che la ricontatta e le offre una borsa di studio per frequentare alcuni corsi estivi e occuparsi di un progetto: costruire un robot autonomo in grado di muoversi da solo all’interno di una città simulata seguendo i tutorial universitari, migliorandoli e semplificandoli per renderli fruibili anche dai ragazzi delle superiori suoi coetanei.
E da allora non si è più fermata: è stata speaker al TEDexMilano Women, al CNR di Pisa, al Senato della Repubblica e alla conferenza della Maker Faire nell’aula Magna della Sapienza di Roma. A 16 anni fonda la sua scuola dove insegna i rudimenti della robotica a bambini dai tre anni in su e, a 18 anni, è diventata una vera imprenditrice.

La robotica entra nella formazione aziendale
Come è nata questa idea di inserire la robotica nella formazione manageriale? “È qualcosa che mi sono portata a casa dalla mia esperienza al MIT di Boston – spiega Valeria Cagnina -. Lì ho imparato che esistono modi nuovi di fare education e che ci sono diversi modi di apprendere. Quando sono tornata dagli Usa ho iniziato a tenere dei corsi di robotica ai bambini. Poi le richieste sono aumentate. Ho incontrato Francesco e abbiamo cominciato a intravvedere la possibilità di estendere questi corsi anche alle aziende”. E dal credere di potercela fare al farlo veramente il passo è stato breve. Oggi hanno clienti importanti per cui tengono i loro corsi in tutte le loro sedi, anche all’estero. “La robotica mi viene in aiuto, non solo per raccontare la mia esperienza, ma anche per aiutare chi frequenta i nostri corsi a mettersi in gioco e a sviluppare le soft skills” continua Valeria.

Un’esperienza per mettersi in gioco
Che cosa si insegna nei vostri corsi? “Cominciamo col dire che la robotica è già di per sé una scuola. Insegna a sviluppare competenze importanti che nessuno a scuola insegna. Ad esempio a risolvere in modo semplice problemi complessi. Insegna a lavorare in team. Insegna a collaborare. Insegna che nulla è impossibile. E questo può essere trasmesso sia ai piccoli che ai manager d’azienda”. Le lezioni hanno una struttura collaudata: “Con i piccoli iniziamo con una scenetta a sfondo educativo, con gli adulti invece partiamo con uno speech motivazionale durante il quale raccontiamo le nostre storie, quella mia e di Francesco. Poi passiamo al laboratorio vero e proprio, quello in cui devono mettersi in gioco. E qui trasmetto il metodo educativo maturato a Boston dove l’educazione come la intendiamo noi è già considerata obsoleta” spiega Cagnina.
Il sistema di insegnamento di Valeria e Francesco si basa su 10 regole. La più importante è “Niente è impossibile” perché con determinazione, lavoro, coraggio e passione si può arrivare dove si vuole. Vietato dire “non ce la faccio” perché bisogna eliminare i blocchi mentali. Poi ci sono altre regole come: “impara sempre divertendoti”, “learn by doing”, “libero utilizzo di device e internet”, “team working”.

Regola: mai smettere di imparare
Una delle prime cose che viene da chiedersi, immaginando un’aula di formazione tenuta da formatori così giovani è come questi vengano accolti dai professionisti o manager a cui devono insegnare. “Sempre bene, devo dire. Le persone sono curiose di capire chi sono e cos’ho fatto per essere arrivata fin lì. Mi guardano e sembra quasi che si chiedano cosa vuole insegnarci? Poi, quando racconto la mia storia diventa tutto più facile. Tutti, dal primo all’ultimo, decidono di fidarsi e di mettersi in gioco. Forse perché capiscono che posso insegnare qualcosa e che loro possono imparare qualcosa. Devo dire che non è ad una via: esiste sempre un reverse mentoring: anche io imparo molto durante i miei corsi” ha sottolinato Valeria. A questo proposito ricorda una delle regole che accompagna il suo lavoro, ossia che “non si smette mai di imparare e così dovrebbe essere sempre per tutta la vita”.

Viaggiare è contaminarsi e crescere
Cosa hai imparato nelle tue esperienze all’estero che hai portato nei tuoi corsi? “Viaggiare è sempre molto importante, ovunque si vada. Ma il posto che ha dato una svolta alla mia vita è stato il soggiorno a Boston all’MIT. Lì ho potuto confrontarmi con persone di tutte le età e provenienti da ogni parte del mondo. Lì ho imparato che non esiste la normalità. È un vero e proprio ecosistema basato sull’innovazione, dove la circolazione delle idee è davvero stimolante, ad ogni livello. Lì ho capito che volevo insegnare, ma non nel modo in cui si insegna in Italia, voglio provare a portare un nuovo modo di insegnare e di imparare. Imparare divertendosi, a qualsiasi età.”

Le aziende del futuro devono saper valorizzare le persone
Cagnina sta girando in Italia e all’estero con la sua scuola e il suo laboratorio interattivo di robotica in diverse aziende. È interessante quindi avere il suo parere su come dovrebbero essere le aziende del futuro, secondo lei che è una giovane imprenditrice appartenente alla cosiddetta Generazione Z. “Le aziende (e la scuola prima di tutto) dovrebbero essere capaci di valorizzare le competenze e le attitudini delle persone – risponde senza esitazione Valeria. “Dovrebbero sempre dare la possibilità a chi lavora di portare il proprio contributo, ascoltando e promuovendo l’innovazione e le nuove idee. Dovrebbero utilizzare la tecnologia in supporto di tutte le attività, anche nel work life balance. La tecnologia è importante e non bisogna averne paura”.