l-autarchia-della-mascherina

L’autarchia della mascherina

L’impreparazione iniziale di fronte all’avvento del Coronavirus si è ricomposta nelle settimane verso una macchina organizzativa che punta a far diventare autosufficiente il paese nella produzione di presidi sanitari per l’emergenza. Una riconversione finanziata che per qualcuno potrebbe diventare domani un nuovo settore di business

In un’economia di guerra la riconversione produttiva è una delle soluzioni a supporto dello sforzo bellico nazionale. E l’autarchia diventa ancor più necessaria se, impreparati all’evento, si cercano approvvigionamenti dall’estero che vengono bloccati alla dogana nei paesi di transito (possiamo biasimarli? anche la requisizione è una modalità di rifornimento in guerra).
Peccato non essere stati già pronti – nonostante gli avvisi di molti esperti- quando la marea del Covid-19 ha cominciato a manifestarsi, a febbraio. Illudendoci che l’epidemia sarebbe stata contenuta in Asia, illudendoci che fosse solo un raffreddore, ci siamo fatti trovare impreparati. L’esplosione dell’epidemia in Italia ha fatto capire ai paesi occidentali che per loro sarebbe stata questione di pochi giorni, sufficienti però ad approntare le prime difese, anche trattenendo nei propri confini il materiale sanitario che altrimenti sarebbe stato esportabile.

Pronti a rimboccarsi le maniche
Ancora una volta ha supplito l’ingegno privato: in questo caso, nessun diktat da economia di guerra ma gli incentivi previsti nel decreto “Cura Italia” e la possibilità di sfruttare linee produttive altrimenti ferme per il lockdown delle imprese. Settore dell’igiene e moda sono tra i primi che hanno risposto riconvertendo la propria produzione, rallentata dal blocco delle attività non essenziali, verso i presidi sanitari individuali usa e getta di cui c’è enorme necessità, in primo luogo negli ospedali.
In alcuni casi si è trattato di fare nuovi investimenti, in altri si è modificata una linea produttiva, nella moda si è creato un sistema per unire i produttori di tessuto-non tessuto ai laboratori di confezione.
Dopo i ritardi, i blocchi della merce alle dogane e i no ricevuti da altri paesi che hanno determinato la difficoltà di approvvigionamento anche negli ospedali, la task force messa in piedi dalla Protezione Civile ha avviato in breve tempo la filiera di produzione interna, di cui fanno parte l’Istituto Superiore di Sanità, che comunica gli standard da rispettare e i risultati delle prove di filtraggio dei prototipi, alcune università italiane, necessarie per la verifica dei requisiti di qualità, e una serie di aziende che hanno risposto alla chiamata sulla base di quanto previsto dall’articolo 5 del decreto legge Cura Italia, in vigore dal 17 marzo: 50 milioni di contributi a fondo perduto e in conto gestione e finanziamenti agevolati per chi produce dispositivi medici e di protezione personale destinati principalmente a medici e operatori sanitari, riconosciuti ai valori di mercato correnti al 31 dicembre 2019.
Un invito all’azione quanto mai necessario, dal momento che il commissario straordinario all’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri ha stimato il solo fabbisogno di maschere protettive in questo periodo in 90 milioni al mese, una quantità enorme al raggiungimento della quale sarà utile l’apporto delle aziende che si sono rese disponibili. Secondo quanto affermato dal suo presidente Silvio Brusaferro, al 30 marzo l’Istituto Superiore di Sanità aveva oltre 80 autorizzazioni a produrre in attesa delle prove tecniche di filtraggio dei microrganismi, un test che si esegue rapidamente ma che non vincola l’avvio della produzione. Un’analisi quanto più necessaria in considerazione della grande quantità di mascherine che sono giunte in Italia con autocertificazioni che si sono poi rivelate non conformi, ma anche di prototipi che hanno un valore protettivo molto blando.
Una delle prime aziende ad attivarsi è stata la Blue Service, di Caorle (VE), attività specializzata nella produzione di biancheria monouso per gli hotel che già a febbraio si era attivata per la certificazione dei prototipi e poi per la produzione: il seguito è stato l’acquisto di macchinari nuovi e il reclutamento di nuova forza lavoro, che ha portato i collaboratori da una decina a settanta persone su tre turni di lavoro che coprono 18 ore. Sempre nel settore sanitario, ha risposto all’appello in Abruzzo la multinazionale Fater, con sede a Pescara, specializzata nella produzione di assorbenti igienici e per questo già esperta nell’uso dei materiali sanitari necessari: una linea produttiva dedicata è partita con la consegna di 250mila pezzi nella prima settimana, che diventeranno 700mila a regime, in tre settimane. Attiva nello stesso settore è la Fippi, di Rho (MI), che potrà produrre fino a 900mila mascherine al giorno testate dal Politecnico di Milano. A Reggio Emilia in soli otto giorni è stata aggregata una filiera che fa capo alla Nuova Sapi, attiva nel settore dell’igiene, che lavora il tessuto-non tessuto (TNT). Obiettivo dell’iniziativa, che ha aggregato la Sanità regionale, la Confindustria provinciale e regionale, il Comune di Reggio Emilia e alcune aziende del tessile (tra cui la Marex di Correggio), è la produzione giornaliera di 150mila mascherine per rendere autonomo il sistema ospedaliero regionale. Il prodotto è stato testato e certificato dal Tecnopolo medicale di Mirandola.

Il contributo del settore del lusso
Oltre alla già citata Marex, il settore della moda si era mobilitato già con l’iniziativa annunciata da Giorgio Armani di riconvertire tutti i propri stabilimenti produttivi italiani nella produzione di camici monouso per la protezione individuale degli operatori sanitari e dei medici, così come Prada ha risposto alla richiesta della Regione Toscana e dal 18 marzo ha avviato la produzione di 80.000 camici e 110.000 mascherine per il personale sanitario della regione. Dal 30 marzo sono partite anche le prime 25 aziende del settore della moda aggregate in una filiera che dalla produzione iniziale di 200mila mascherine chirurgiche al giorno passerà in due settimane a 700mila: l’iniziativa è stata avviata da Confindustria Moda, affiancata da Cna Federmoda e da PwC Italia, con un appello al settore tessile-moda per la fornitura di tessuto-non tessuto e la riconversione della produzione verso mascherine, camici, calzari e tute in TNT. Il gruppo ha avuto il supporto dello Sportello Amianto Nazionale, promotore del progetto di riconversione d'emergenza degli stabilimenti italiani, che ha verificato la disponibilità delle materie prime e fatto da tramite con gli organi della Protezione Civile. Sempre nella mobilitazione del settore moda rientra l’iniziativa di Bulgari, che in collaborazione con il partner di fragranze, ICR ha deciso di produrre in due mesi 200mila flaconi di gel disinfettante per le mani da fornire alle strutture mediche attraverso il coordinamento del Governo.
Da fine marzo è operativa anche Lamborghini Automobili, che ha deciso di dedicare una parte del settore selleria alla produzione di mille mascherine al giorno, e lo stabilimento compositi alla realizzazione di 200 visiere protettive mediche in policarbonato, dispositivi testati dal Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’università di Bologna e destinate al policlinico Sant’Orsola-Malpighi.