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Human smart city, un nuovo modello di vita

Centri urbani tecnologicamente interconnessi e sostenibili, ripensati su misura per il cittadino. È l’idea di città intelligente che propone una trasformazione secondo le nuove esigenze di vicinanza e mobilità dei suoi abitanti. In Italia si sta progredendo, con investimenti che possono rappresentare un’opportunità anche per i piccoli centri

Una città che adotta le tecnologie per essere sostenibile, modernizzare le proprie reti energetiche e di trasporti e migliorare i servizi offerti ai cittadini. Questa definizione di smart city è senza dubbio completa, anche se, soprattutto dopo la pandemia, il focus delle città intelligenti si è maggiormente orientato alla centralità dell’elemento umano. “Il nuovo desiderio è di avere città a misura di persona, dove gli spazi urbani, i tempi e i servizi siano ridisegnati per mettere il cittadino al centro – spiega Marco Mena, senior advisor di EY –. Le tecnologie digitali e la dimensione green che caratterizzano i nuovi modelli urbani sono progettate per essere al servizio dell’interazione sociale nell’ambiente cittadino”.
Da qui l’importanza di ridefinire gli spazi urbani in chiave polifunzionale per dare vita a centri abitati più sostenibili, inclusivi e digitali, città smart interconnesse in cui la tecnologia digitale assume un ruolo fondamentale, non solo come infrastruttura informativa, ma come fattore abilitante per l’integrazione e l’accessibilità di tutti.
Si pone in quest’ottica lo studio EY Human Smart City Index 2022, che raccoglie le esperienze in atto e mette a confronto da un lato gli investimenti e le policy portate avanti dalle amministrazioni, che rappresentano il livello di adesione al modello raggiunto da una città, dall’altro la risposta della cittadinanza a queste iniziative, con lo scopo di valutare l’impatto sul fattore umano, cioè quanto le politiche di sviluppo del progetto smart city siano efficaci rispetto all’obiettivo di rispondere alle esigenze dei cittadini.


 

Nuove forme di lavoro e riprogettazione urbana

Le città cambiano con il mutare dei bisogni delle persone che le abitano. Ogni ambiente abitato dall’uomo ne rispecchia le esigenze e subisce una trasformazione nel tempo a mano a mano che cambiano il lavoro, gli stili di vita, le esigenze sociali.
I nuovi modelli a cui tendono le città guardano alla ridefinizione di tempi e spazi urbani, fondati in particolare sul ripensamento del dualismo lavoro-tempo libero. Dopo la pandemia, lo smart working e più in generale un nuovo modo di intendere l’assetto lavorativo hanno cambiato l’organizzazione dello spazio in cui le persone vivono. Gli ambienti dell’azienda diventano spazi confortevoli, la casa si ibrida in luogo di lavoro, mutano gli orari e aumenta la flessibilità: questo rende necessaria una rivisitazione anche dell’ambiente urbano, dal centro alla periferia, che può essere ripensato secondo le nuove dinamiche di spostamento e di fruizione del territorio. “Parigi è stata la prima città a provare ad applicare il modello di ville du quart d’heure ovvero spazi urbani in cui lavoro, negozi, strutture sanitarie, scuole, impianti sportivi, spazi culturali, bar, ristoranti, sono tutti raggiungibili entro i 15 minuti – commenta Mena – una formula che ha riscontrato apprezzamenti in Europa e anche in Italia, in particolare a Roma, Milano, Bologna e Torino”. Servizi di car e bike sharing, mobilità dolce, piste ciclabili, zone pedonali e trasporti intermodali urbani dovranno essere ripensati nell’ottica della creazione di nuovi quartieri autonomi e da vivere: niente più quartieri satellite completamente dipendenti da altre parti della città. Il cambiamento nel mondo del lavoro è già in corso, come testimoniato dal calo netto del pendolarismo, sceso per esempio a Milano del 15-20%, e che non sembra poter tornare ai livelli pre-pandemici. “Eppure non a tutti questa modalità di lavoro è concessa – specifica Marco Mena – famiglie e imprese potrebbero incontrare problemi organizzativi con il lavoro a distanza. Ed è qui che le innovazioni urbanistiche che caratterizzano le human smart city entrano in gioco, proponendo soluzioni come il co-working in siti industriali dismessi riqualificati come uffici, che permettono ai lavoratori di rimanere nel proprio Comune senza doversi spostare e risolvendo le criticità casalinghe e aziendali”.

Ecosistemi cittadini sostenibili e connessi

Altra caratteristica peculiare delle smart city è la sostenibilità e la cura dell’ambiente. I centri urbani del futuro saranno sempre più orientati verso l’utilizzo di energia pulita a tutti i livelli: dalla mobilità all’alimentazione dei siti produttivi, fino all’uso domestico. Affinché un contesto energivoro come le città diventi il più possibile autonomo nella produzione di energia, riducendo le emissioni, è necessario introdurre le rinnovabili nell’ecosistema urbano. “Perché questo sia possibile non va previsto un sistema a isole energetiche autonome – sottolinea Mena – ma è necessario che queste si integrino con una rete energetica intelligente: gli edifici potrebbero in alcuni momenti produrre più energia di quella che consumano ed è fondamentale che questa non venga sprecata ma condivisa nella rete”.
Un ulteriore prerequisito affinché una città possa definirsi smart è la connessione in banda larga e ultralarga, fissa e mobile. “Un punto fondamentale è ampliare le coperture mobili, per esempio concedendo l’installazione di antenne per il segnale nei centri storici”, propone Mena. Affrontare il tema del giusto equilibrio tra innovazione e tutela del patrimonio storico delle città è necessario per “garantire in tutti i centri urbani antichi una connessione adeguata ad avere un’integrazione di dati costante finalizzata all’offerta di servizi”.


Il concetto di Human Smart City mette al centro le esigenze di vita e lavoro della persona che vive nei centri urbani

 

Rendere più attrattivi i centri storici

In Italia le smart city più avanzate, in cui l’innovazione è arrivata prima e in modo più omogeneo, sono le grandi città del nord. “Esistono alcune realtà del sud del paese relativamente a buon punto, soprattutto perché hanno usato bene i fondi europei che sono stati messi a disposizione negli ultimi anni – puntualizza Mena – le città medie sono partite dopo, ma stanno lavorando molto bene sul tema della mobilità, della sostenibilità ambientale, dell’efficienza energetica e gestione sostenibile dell’ambiente e delle reti idriche; sul verde urbano, i rifiuti e, anche se in maniera più lenta, sulla digitalizzazione”. Sono le città piccole, intese come i capoluoghi di provincia con meno di 80mila abitanti, i luoghi dove ancora non sono stati intrapresi progetti significativi di sviluppo in una logica di smart city: “nonostante questi centri figurino ai primi posti per qualità della vita, rimangono molto indietro per quanto riguarda l’implementazione di un’urbanistica intelligente”, spiega Mena. La causa principale è da ricercare non tanto nello stanziamento di fondi pubblici, ma nei finanziamenti privati: “i piani delle aziende categorizzano le città in base al numero di abitanti, prediligendo negli investimenti i grandi centri a scapito di quelli più piccoli. Gli operatori digitali, sia internazionali sia nazionali, non prevedono un ritorno significativo al di sotto di un certo numero di abitanti e quindi sono restii a investire”. Mena evidenzia, inoltre, che laddove ci sono fondi per i piccoli centri, si pensi a quelli del PN Metro Plus, “manca spesso un progetto di smart city che dia una direzionalità ben precisa a queste risorse”. Il ritardo dei piccoli centri è ampio e difficile da colmare, ma è un punto fondamentale di sviluppo per tutto il sistema paese, “ci vorrebbe un intervento regionale a beneficio di tutte le città più piccole – aggiunge Mena – con servizi che seguono una ratio economica sufficiente a coprire le loro esigenze. Non si dovrebbe lasciare un piccolo comune a occuparsi da solo di simili investimenti, perché spesso non ha gli strumenti necessari per allocare adeguatamente le risorse”.