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Ue e Cina più vicine sugli investimenti

Lo scorso 30 dicembre è stato annunciato il Cai (Comprehensive agreement on investment) un accordo bilateral che apre il mercato cinese alle imprese dei paesi europei. Ecco quali opportunità economiche si aprono, e cosa può cambiare negli scenari geopolitici, secondo l’analisi dell’Ispi

Un accordo bilaterale per gli investimenti che apre il mercato cinese alle imprese dei Paesi membri dell’Ue. È ciò che si propone di realizzare il Comprehensive agreement on investment (Cai), annunciato lo scorso 30 dicembre da Unione Europea e Cina.
Le negoziazioni per l’accordo erano iniziate sette anni fa e in questo lasso di tempo sono state fatte molte concessioni da parte di Pechino. In generale, l’accordo garantisce agli investitori europei l’accesso, come mai fino ad oggi, a diversi settori del mercato della Cina, come le telecomunicazioni, la finanza e il mercato di automobili elettriche e ibride. Secondo l’analisi dell’Ispi, a cura di Alessia Amighini, co-head di Ispi Asia Centre, per la Cina, i vantaggi sono soprattutto di carattere geopolitico. La firma avverrà infatti a poca distanza dalla conclusione di un altro importante accordo commerciale, il Regional Comprehensive Economic Partnership (siglato tra la Cina e i Paesi dell’Asean più Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda) e aiuterebbe Pechino a distendere i propri rapporti con l’Occidente e le sue economie. “Ma le violazioni dei diritti umani in Cina, e in particolare quelli della minoranza uigura nello Xinjiang, hanno alimentato le principali opposizioni all’accordo, che dovrà ora essere votato anche dal Parlamento europeo. Pechino, infatti, si è rifiutata di inserire una clausola che abolisca il lavoro forzato”, scrive l’Ispi.

Possibili ricadute geopolitiche
Sono almeno due, secondo l’Ispi, i motivi per cui questo accordo è particolarmente importante, uno di carattere commerciale, l’altro di ordine geopolitico.
Sul primo fronte, dati alla mano (fonte: Eurostat), nei primi dieci mesi del 2020 il volume degli scambi tra Ue e Cina si è assestato a 477 miliardi di euro, il 2,2% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. L’accordo mira quindi a rafforzare ed estendere la cooperazione economica perseguendo il tanto agognato regime di reciprocità tra i due blocchi economici. In particolare, “l’accordo fornisce nuove opportunità e migliora, per entrambe le parti, le condizioni di accesso ai mercati europeo e cinese”, spiega l’analisi di Ispi. L’accordo inoltre affronta le principali sfide relative alla dimensione normativa, in particolare quelle legate alla trasparenza, la prevedibilità e la certezza legale delle condizioni d’investimento. Agli investitori di entrambe le parti verrà garantito un trattamento equo, proteggendoli da condizioni discriminatorie. Inoltre, l’accordo dà specifica importanza allo sviluppo sostenibile incoraggiando investimenti responsabili e promovendo la tutela di standard ambientali.
Sul fronte geopolitico, secondo l’Ispi questo accordo va a maggior vantaggio di Pechino, poiché “contribuirà a creare un clima più disteso tra Cina e Occidente con inevitabili ricadute per la geopolitica mondiale”.
“L’idea alla base del Cai – spiega Alessia Amighini – è quella di aprire nuove opportunità di business alle imprese europee e cinesi in una vasta gamma di settori. Secondo le notizie sulla firma imminente del Cai, le aziende europee avranno ora un migliore accesso ai settori manifatturiero, ingegneristico, bancario, contabile, immobiliare, delle telecomunicazioni e della consulenza”. I negoziatori della Commissione, ricorda Amighini, sono riusciti a inserire una clausola secondo la quale i loro investimenti non devono essere “trattati in modo meno favorevole” rispetto ai concorrenti nazionali. I funzionari dell’UE hanno anche convenuto che la Cina deve essere più trasparente riguardo ai sussidi statali. “In cambio di un migliore accesso al mercato europeo ancor più grande di quello che ha oggi, Pechino sarà obbligata a pubblicare ogni anno una lista di sussidi forniti ai settori designati”, sottolinea l’analista dell’Ispi.

Il problema del rispetto dei diritti umani
Secondo l’Ispi, tuttavia, esistono alcuni ostacoli alla conclusione dell’accordo, e uno di quelli principali riguarda il mancato rispetto dei diritti umani da parte del regime cinese. Il Parlamento europeo ha recentemente votato una risoluzione affinché il CAI includesse un impegno adeguato nel rispettare le convenzioni internazionali contro il lavoro forzato. Il riferimento diretto della risoluzione è la minoranza musulmana degli uiguri nella regione occidentale dello Xinjiang, dove secondo diversi report, gli uiguri vengono concentrati in centri di detenzione in cui sono soggetti a lavori forzati, trattamenti degradanti e lavaggi del cervello. Dal canto suo, ricorda l’Ispi, Pechino si difende sostenendo che si tratti di Centri di formazione professionale che aiuterebbero a combattere la povertà e l’estremismo diffusi nello Xinjiang. Uno studio dell’Australian Strategic Policy Institute sostiene che nello Xinjiang ci sarebbero almeno 380 tra centri rieducativi, campi di detenzione e prigioni: un numero che è notevolmente cresciuto negli ultimi tre anni.
“Tuttavia – scrive l’Ispi – anche se l’accordo non prevede una disposizione contro il lavoro forzato, dimostrando ulteriormente la reticenza cinese alla tutela dei diritti umani, la firma del Cai non esclude automaticamente che, in futuro, l’Ue possa introdurre nuove sanzioni verso Pechino per le violazioni contro gli uiguri e le altre minoranze denunciate in questi anni”.